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 il malo beneventano

 

 monologo

 

 

(Niccolò Franco – il Malo Beneventano, come si definiva – fu poeta, letterato, cronista e protagonista, di spessore e di ingegno,  in una epoca di lotte di potere, di fermenti, di cambiamenti e intrighi. La sua storia personale esprime una modernità sorprendente, laddove si possono cogliere le distorsioni, ancora attuali, tra un nord opulento ed un sud assoggettato e umiliato.  Un nord opulento (in specie Venezia) che, con la cura dei mercati, la internazionalizzazione dell’immagine, intercettava le figure preminenti nelle diverse discipline culturali e artistiche. Una proiezione moderna, sebbene i letterati e gli artisti fossero “imprigionati”  tra una corte e l’altra per ottenere il prestigio che li preservasse dalla miseria e dall’oblio.

Franco, il Malo Beneventano, spietato, tenero e mordace – anche con se stesso - rivendica, con il suo stile, la libertà di espressione, la indipendenza del pensiero, la virtù morale, la  necessità sociale della conoscenza, la rivoluzione dei poteri.)

 

 

 

Mi attende la forca! In piazza! All’alba di questo giorno nero come la pece.

 

Maledetti! L’affronto di privarmi del fuoco, come un brigante di passaggio.

 

E, voi? Voi, i giudici? Una lercia accozzaglia di “brigate galanti e cortigiane, di ladri, di cardinalacci schiericati”. Senza alcuno che vi castighi dei vostri misfatti. E magniloquenti che io credevo onesti e senza peccati, che si fingevano castigatori per meglio praticare maneggi e garantirsi complicità.

Io, Niccolò Franco, letterato di grande ingegno, poeta, cronista delle vostre malefatte, inforcato in piazza S. Angelo! Un luogo di destino con Santi Innocenti che guardano ad altri innocenti sacrificati alle storie.

 

Sì! Come vi piace. Sono il Malo Beneventano!

 

Maledetti! Vi arrogate il diritto, il privilegio, l’ardire di usare il mio corpo per riparare il discredito, per affermare purezze celestiali.

Il mio corpo condannato a strumento di carne nelle mani del potere. Per temerlo, per esaltarlo, per rafforzarlo. Facendo assaggiare lo splendore dei supplizi.

 

Voi, ladri, cardinalacci schiericati, magniloquenti,   quanti poveracci avete mostrato al volgo istigato e assatanato? Indicandoli pubblici e famosi latrones. Costringendo la paura ad essere impietosa e crudele. A dare vita al cerimoniale infernale.

Carne per l’inferno che diventa carne di tutti. Strumento di sedazione e seduzione di bestialità!

Un orribile macello per cantare lodi ai potenti. Perché ne facciano un torbido focolaio per accendere istinti.

Sgravando orrore per mordere le anime innocue. Che rifiutano il macabro sposalizio tra boia e criminale. Sì che il carnefice riceva grazia. Il boia sia redento. La comunità si nutra e azzanni la sua anima.

 

Maledetti! Mascherate le vostre malefatte di potere eliminando quelli che osano parlare, reclamare o, anche, solo bisbigliare. Mostrando loro le tenaglie roventi che bruciano e sfregiano. Le ruote che squartano le membra. I cavalli che, da liberi, asservite e rendete pazzi del vostro stesso furore. Squartando. La libertà si tinge di biada e ponete paraocchi perché non si colga la mestizia che profana.

 

Maledetti! Mi private del fuoco. Come se fossi un brigante di passaggio.

 

Io. Io sono Franco e nacqui a Benevento.

Io sono il Malo Beneventano.

 

Fui, forse, tra gli attaccabrighe insolenti che discutono argomenti insopportabili da far inorridire le lane e intimidire pure le capre?

Fui, forse, tra quelli che si contendono, l’un l’altro, pezzi di vita? Protetti e garantiti ora da un signore, ora  dall’altro curialista.

 

Voi! Voi! Lercia accozzaglia. Voi detestate chi ama l’uguaglianza. Voi disprezzate chi chiede più pane per i figli. Voi zittite chi chiede l’orgoglio delle arti, la necessità della parola, il sale del dissenso. Voi odiate chi chiede che rendiate conto delle vostre tirannie. Chi esorta i cittadini a chiedere con lui, per fare forza.

Oh,sì! Il popolo deve essere tremante. Non deve desiderare. Non deve osare. Deve abiurare la speranza.

 

“Venne  braccato dal capitano, all’alba,  nel suo letto . Minacciato di pene con i figli” e poi “inforcato con ferocia di catena  in quel di Firenze dal giustiziere Nuccio”.

 

Così mi ha preceduto Ciuto Brandini. Umile alla infamante pena. Colpevole di diritti. Colpevole di orgoglio. Colpevole della peggiore delle eresie. Quella della denuncia del basso salario. Violenza alla fame, sui diseredati. Sanzionata da scomuniche cardinalizie. Quelle che possono più dell’inferno.

 

Voi! Voi! Lercia accozzaglia. Voi condannate all’oblio, e senza appello, coloro che guardano oltre il vostro guasto orizzonte. Voi condannate con le vostre cartacce. Che appendete al collo del condannato. Senza pudore. Senza vergogna. Senza ripensamenti.

Voi! Voi! Lercia accozzaglia di brigate galanti e cortigiane, di ladri, di cardinalacci schiericati, di magniloquenti. Voi moltiplicate i vostri vizi. Per voi è sommo il lusso della pena adoperata per far assaggiare lo splendore erotico della penitenza dei supplizi.

Assaporate il sangue di chi osa parlare, esaltandovi da setta onnipotente.

Pubblici predatori, vi avvalete delle pene e delle armi. Con i vostri intrighi indecenti e impuniti alzate i vostri vessilli e vi nascondete al vostro stesso Dio. Voi costringete la paura ad essere impietosa e crudele.

 

Un putrido palcoscenico sono le vie tra croci e litanie autodafé. Con cimici, senza antagoniste, che transitano sulle carni incustodite. Estremo oltraggio alle oltraggiate membra. Che chiedono la pietà di un taglio netto. 

Un orrore immobile storce le narici del vostro popolo. Tra le urla disumane degli squartati e degli arsi. Arrostiti a mo' di porci.

Il cuore permane e batte ancora ostile alla resa tra le fiamme. Mentre gli effluvi che si levano dalle braci  ricordano agli  astanti il prossimo pasto cui anelano.  Desiderosi di dimenticare e ritornare alle pratiche faticose ma innocenti delle masserizie. Accatastate per riparo alle stagioni fatali e infeconde. Al soldo ancora da tributare. Ai capricci delle corti.

Tra i muchi dei figli affamati. Tra le larve da debellare. Tra gli intestini da domare. Tra lo sfacelo della vita, da estirpare. Tra gli affetti destinati a più supplizi. L’unico mistero rimane l’agonia.

 

La mia morte, orrida alla morte stessa.

Il cappio intorno al collo e l’altro alla trave torta. In attesa che il respiro cessi di protestare e la vita di restare entro il tuo corpo. Il boia pronto alla consegna al vuoto fatale. Il boia sa che non potrai completare quell’opera pietosa di ben strangolarti. Né smorzare, senza infamia, la tua vita ribelle. Né far cessare il brancolare degli arti nel vuoto della morte. Perché tutto si compie nella relazione tra respiro e corpo non più tuo. Il tuo corpo. Un orrido manichino che non puoi governare.

Non potrò controllare i miei occhi, assetati della luce che andranno a cercare. Né la lingua. Che mi faceva vezzi nel parlare di dottrina. Acida, alle ingiustizie. Né il rossore nero che mi pervaderà.

Sì! Sapevano dell’infamia ultima che andrò a subire. Pur tra le tiepide preci che esalerò. Smarrite tra le mie labbra e Dio.

Da sognatore e mistico, da guerriero della parola e prode, sarò trasformato, dalla vostra cupidigia di potere, in un fantoccio irrilevante, tragico e comico. Da schernire, da esibire, da promuovere. Simbolo di negligenza pestifera, perché lontano dai vostri segreti concistori. Farete pendere sul mio petto una scritta in cui si leggerà di un Nicolò Franco condannato per aver composto libelli famosi contro persone illustri. L’infamia del cartello vi indicherà impostori, ai posteri. Questo basta per la vostra condanna. La lunga tortura non vi ha permesso la mia resa e vi condannate dichiarando le vostre basse intenzioni. Che tanti altri professano poetandone, finanche, le ragioni con  nefaste profezie.

 

“Egli ebbe il torto, e non quei che gli denno. Perché dovea saper, che a gran Signori senza dir altro, basta un cenno. Altri sono incorsi in tali errori, Han finito i lor dì sopra tre legni, e pasciute gli corvi e gli avvoltoi”.

 

Alla tortura, in me, il tacere era nerbo e quercia.

 

Maledetti! Cosa riparerete con il mio corpo? La vostra fame di superfluo? La vostra ignominia di falsi tribuni? L’adorazione per l’infida adulazione?

L’adorazione che si consuma. Che si logora nei dubbi. Che, forse, segretamente ripudiate, ma che bisogna rinnovare in nuovi giochi. Così che rinfacci nuove vittorie, creando nuovi eserciti di mercenari, ordendo nuove tresche, piegando con nuovi ricatti.

Per voi, le forze morali sono da soverchiare. La conoscenza deve essere annientata, perché non innamori  fervori. Deve essere sostituita dalla immonda genie di chi si pone a testimoniare la storia dei vostri onori.

Voi affamate, ve ne fate vanto, letterati, poeti, scultori.

Un corteo di artisti al morso del pane necessario. Costretti a chiedere riparo. Costretti ad accasarsi ai casati. Costretti a mitigare gli insulti ai predoni.

Ipocriti mendicanti. Mentitori. Per orrore del purgatorio della fame. Per l’inferno della sete. Per nostalgia della lussuria. Per paura di privarsi di parole e dottrina dei  venti nuovi. Quelli che possono indicare nuove vie e cavalcare per nuovi sentieri. Questi custodi banditori sono autorizzati nella lingua che aggrada alla mercede.

 

Ma, guai ad essere colpevoli vittime ad extirpandam. Bolla infame che consegna agli orrori “per estirpare la maligna pravità eretica da mezzo al popolo”.

 

Io dico. Io chiedo. Quale eresia dell’intelletto può  sostituirsi alla disciplina di Dio e alla sua misericordia? Riducendo il suo fulgore -che fingete di onorare, senza pagare fio, senza penitenza dei vostri molti peccati- a un elenco vessatorio delle vostre certezze di gloria.

Quanta alterigia in quell’estirpare! Quale fantasia morbosa al male! Quale sortilegio velenoso e spietato nel costringere l’anima ad elemosinare clemenza e carità, nel dolore!

Siete sanguinari nella parola di Cristo, nella meditazione di Cristo, nella misericordia di Cristo. Castigate Cristo al silenzio. Ricacciando mille volte l’uomo sulla croce. Lo private della commozione, del dolore, del sacrificio, trafficando con le vostre leggi tra tributi e signorie.

 

Debbo confessare a me stesso che anch’io indirizzai poemi e lodi. Richiedendo, a gran voce, gli onori che servono per non essere oltraggiati dal bisogno.

Non fu per piaggeria, ma in orrore alla mendacità.

Fu perché si potesse comprendere che voi, spogliati dei vostri pennacchi, siete uguali e nudi come le altre nudità.

 

Io, il Malo Benventano, sono quello che non le mandava a dire. Scrivevo rabbioso. Urticante cronista del mio tempo. Quello che scrissi non sarà il cartello che mi porrete al collo ma sarà, in eterno, l’alterno cartello della vostra storia.

La conoscenza e l’irruenza mi furono compagne di studi e orgogli vantati. Ho amato dare morso alle cose indegne e a quanti, privi di virtù, ho disdegnato la fiducia. Ho procurato di farne conoscere le ignominie corruttive nascoste tre barbe di vizi e ipocrisie.

Ho spesso addomesticato i tanti morsi della fame che trafiggono più delle spade. Anzi, me ne sono servito.

Aguzzai l’ingegno. Andando peregrino a curiosare tra catechisti e imperialisti e male lingue; tra asini e furfanti.

Mi sono contrapposto alla mollezza. Alla lascivia mentale. Alla dissoluzione. Alla frammentazione utilitaristica della armonia della natura.

Armonia che solo l’arte può sublimare. Criticare. Ripensare Riproporre. Condensare. Un mutare dove l’uomo è come l’onda. Che si compatta. Si rifrange. Si rinfranca. Nella limpidezza della sua essenza.

Sono stato dissacrante. Sono stato propenso alla invettiva. Sono stato licenzioso

Come si usava nella libertà della parola. Tra orti e morsi  nelle parti basse. Stanze misteriose e licenziose. Che allettavano le parole dei poeti. Ammiccando, senza fare danno alcuno.

Qualcuno -che ha osato praticare questi orti- ha dovuto farsi penitente. Ha dovuto tessere lodi a santi. Per riabilitazione non divina. Per ricevere perdoni.

 

Sono stato sempre alieno dal mistificare o ricattare.  Desueto ai compromessi, sono stati gli ingegni i miei compagni di avventura. Ho lottato per affermare verità scomode.

Eppure, sono glorificati soltanto i pedanti, soltanto gli ignobili paladini di quelli che si fanno vanto di asservire e comandare, di affamare, di impiccare e squartare.

 

Sono il Malo e non ho pentimento di aver deriso quelli che si fanno colti senza metodo; quelli che credono che il latinare sia sinonimo di latrare; i barbari che suscitano orrore e dolore alle lettere che usano.

Sono stato nemico dei pedanti e dei copioni. Di quelli che osannavano le donne fino a trasformarle in altere madonne per poetarle e, poi, disprezzarle.

Ho preferito le popolane che promettono quel che hanno, per nobile nascita di essere femmine. Non frigidi manichini. Non bambine destinate alla utilità di accumulo di terre, di castelli, di armigeri -ora agli uni ora agli altri- o al vizio di copule segrete.

Oh, donne! Zittite per  imporre la santità del silenzio; la grazia delle virtù perché “un cavaliere cauto non procede ad amar donna che raccoglia volentier lode .

 

Mi debbo dire, umiliandomi, che ho osannato Isabella di Capua tessendone le lodi, anche su testo di altri. Una macchia della quale non mi giustifico, ma che era un vezzo praticato, senza vergogna, da poeti, non soltanto da poetucoli.

Né mi consola, di tale increscioso agire, della laude, che sommi poeti, incoronati poeti, di solida fama, pellegrini per mondanità e curiosità, soltanto per avidità d’intelletto o per impegno indefesso contro la vita sregolata e dissipata dei curiali avignonesi, avessero ammonito sulla subdola trappola che toglie libertà di pensare e poetare.

 

“I più grandi monarchi dell'età mia m'ebbero in grazia, e fecero a gara per trarmi a loro, né so perché. Questo so, che alcuni di loro parevan piuttosto essere favoriti della mia, che non favorirmi della loro dimestichezza: sì che dall'alto loro grado io molti vantaggi, ma nessun fastidio giammai ebbi ritratto. Tanto peraltro in me fu forte l'amore della mia libertà, che da chiunque di loro avesse nome di avversarla mi tenni studiosamente lontano.”

 

Sappiate che io, però, sempre la scansai e fui libero e, da libero, vengo al cappio.

 

Mi sono doluto, a volte, di non essermi riparato,  come il mio dotto amico Bartolomeo Camerario -Beneventano anch’egli- nel suolo francese. Quel suolo dove gli odori si mescolano contaminandosi di sterco, sangue, poesia.

Mi ospitò nella sua casa, da dove fui prelevato.

 

Fu insigne, nobile, giurista. Fu accusato di ribellione. Fu processato. Rimosso e confiscato dei beni. Condannato a morte.

Patì Camerario, lui feudale di nobile nascita e di terre, l’umiliazione della segregazione. Ma, le pubbliche funzioni, il mestiere addottorato, il pari potere al cospetto di re e potenti, la certezza dei fondi e dei molti ducati lo resero libero.

Ebbe il suo Barattuccio della Vicaria, come ognuno ha il suo. Delle sue accuse si fece baffo. Lacerandogli i codicilli; complici i misteri fiscali a favore dei reali e della santa chiesa. Ebbe amici curiali e imperiali; potenti di così alto rango da farsene onore e da non dare conto.

Ignorò e lacerò sentenze e condanne; ottenendo libertà e prebende.

 

Ipocrisie che montano i vostri patiboli, mascherati da  ultime bandiere. Un tempo gonfaloni, oggi stracci dei nuovi accasati. Dei nuovi devoti ai fratuzzi, alle congreghe, ai miscredenti, ai falsi ideologi, ai ladroni pubblici e privati che servono le messe. Spargendo calunnie anziché incenso. Legittimando patti di sangue. Ai quali non si sottraggono, neppure,  quanti consapevoli di omicidi efferati, dei padri sui figli. Del sangue della nutrice sugli infanti. Delle croste delle anime. Ombre sul mondo

Verità amara. Non quella rappresentata e goduta dal grassone di Arezzo che usava penna per ricattare e glorificarsi. Che, “enfio di gloria per temutaggine dei suoi veleni e dei suoi strali ingloriosi”, ha costruito la sua cricca asservendo i poveri di spirito. Gli indegni che per  miseria e piaggeria, lo riverivano fino ad accasare aretini e aretine. Godendo nel combinare tresche e tradimenti.

Ha costruito il suo imperio facendomi servo del mio sapere. Servo delle sue necessità insipienti.

 

“Caprar d’Arezzo di cui non conosco

fra queste selve più malvagia fera,

si ne rassembra la tua forma vera, 

un vero infido cittadin di bosco.”

 

Usava l’arte e appariva sagace, ma era un delinquente che ti tagliava l’anima e tendeva agguati. Ti sfregiava. Coglieva i vizi e li usava. Per irretire e trascinare dalla sua parte.

L’infame usava sortilegi. Scriveva lodi a me e al mio  fratello-padre, maestro e scrittore, letterato in Benevento ivi astretto volontario dalle sue grandi virtù e dai vincoli di sangue. Scriveva per stordirlo con i plausi per non allertare. Per ammansire, per poter meglio abusare dei miei servizi con scritti melliflui.

 

“ma se io per tener messer Nicolò per merito delle sue opere nel grado di me stesso, mi consolo sentendo che siate tale, che doveria far Benevento, patria a voi due, essendo alluminata da così fatti splendori.” 

 

Poi, si gonfia di orgogli, diventa spavaldo. Mi proibisce dignità e valentia volendomi suo copista a vita. Servitore  delle sue necessità.

La sua fortunata audacia fu sostenuta dai potenti, sino a cavalcare di fianco all’imperatore. Così, acquisita fama, ordiva trame d’intorno a favore di intriganti nepotisti. La sua penna malevola fu tesa per lasciare umiltà agli umili e onori ai malfattori, licenza ai ricchi e intransigenza per i poveri. I suoi scritti incussero seduzioni al popolo, che ancora rimane inebetito ai nuovi splendori, che non osa uccidere il tiranno. Quegli che lo lusinga con la gloria delle sue vittorie, ottenute con razzie e saccheggi spazzando via umanità e dignità.

Il volgo non osa pensare statera uista et nos  e si accoda al tiranno –papa, re, signore, giudice o condottiero- per un tozzo di pane. Perché la pace del popolo è quella della pancia, la sete del popolo è la razione di poltiglia fangosa e marcia, la felicità suprema è una vita senza colori. Per esso, la migliore vita è quella di un’ombra nelle tante ombre che sonnecchiano prima della morte.

La migliore vita è nelle promesse di essere i primi altrove.

 

Ciò basta per sedarne la coscienza di essere un “uno” e per dominarne le umiltà destinandolo a silenziosi mestieri.

Beffandolo, con il sollevarlo da doveri troppo pesanti di cui loro –i papa, i re, i signori, i giudici o i condottieri- si fanno grave cura con codici organizzati, con rituali, con documenti e trucchi da saltimbanchi.

Non paghi, agiscono alla bisogna brandendo spade per scannare i nemici. Perché la fortuna e gli averi di un uomo lo assolvono da ogni sua azione nefasta. Perché è necessaria virtù –dei papa, dei re, dei signori, dei giudici, dei condottieri- trucidare i liberi sognatori e spegnere gli  ardori degli interrogativi che pongono. In verità la più indegna deformità del pensiero aiuta i disonesti a salire sulla gobba deforme della storia

 

Io, il Malo Beneventano, il cronista, il letterato, il poeta,  aristocratico di pensiero, colto, spettatore attento delle orripilanze del potere, finii nelle grinfie di tal infido persecutore che, contando sul suo mestierato e sui segreti che custodiva, mi indicava ai signori, finanche al volgo, come uno sciagurato.

 

"Non comporta che se gli vegga cappa intorno, calze in piede et camiscia indosso; et se pur si rivolge nei loro stracci sono di sì furfantesca valuta che il gire ignudo è più bello. Sì che la invidia conversa in compassione de’ suoi fatti mi dice esser meglio il raffazzonarlo in arnese che punirlo in contanti. Onde così sia, se così dee essere per mia cortesia et suo castigo."

 

Aretino! Ipocrita senza vergogna, ricattatore indecente e senza onore, adulatore malato di signori e signorie sappi che il Malo scrisse, al buon Cantelmo, i suoi tormenti.

 

avendo fame, sete e penuria di carta e d’inchiostro non lo tenga per insolente se nello scrivergli i suoi bisogni gli sia parso un mendico, che nel chiedere l’elemosina, vorria costringere a pietà di sé stesso”.

 

Non potei contenere il mio spirito ribelle, libero, universale, curioso e dolente, pazzo e visionario, dolce nella natura e tenero nelle cure del sangue del mio sangue.

Fui feroce nel condannare le ingiustizie, la prevaricazione indecente -lei sì, signora puttana- di uomini che si travestono da divinità negli olimpi proibiti,  che lavorano per depredare e affamare, che tramano per vendette e cupidigia di denaro e comando.

Eppure spiriti che credi liberi ti portano alla gogna, ti accompagnano alla forca. Essi sono cortigiani inconsapevoli o fervidi mentitori, con le preci sotto le coltri per disonorarsi e pentirsi nello spazio di una notte; o, nell’alba, adoperarsi per ancora farti torto al canto della pernice.

Perché il male ha bisogno di artigli. Ha bisogno di inganni e finzioni, ha bisogno di carpire fiducia, di rassicurare la preda.

 

Il male prepara chiodi arrugginiti e tre legni torti.

 

Il bene si cela, discreto, nei sudari e nei manti.

  

Ho fatto anch’io il mestiere a poetare. Con il mio carattere ruvido senza mascheramenti.

Barbaro per nascita. Erudito per vocazione. Migrante per fame nella piattezza colonizzata delle antiche vestigia.

Non amore, né rispetto, ebbi dalla mia terra natia. La mia collera mi volava nelle rime. Una fitta nebbia copriva quel dolore dello spirito. Stretto come un sacco deforme. Come un cilicio sanguinante che non potevo dismettere. Non ne potevo ignorare le ferite.

Mi faceva peregrinare. Mi ardeva di varcare l’angusto confine. Mi faceva ritornare. Mi assetava di altri vigori. Mi faceva cupo e dolente.

 

“che per essere la mia patria la più ingrata d’ogni altra a’ veri figliuoli, io non debbo con l’assistenza portarle amore. Et se dirai che ingratitudine è questa sua, io non intendo con lungo ricordo manifestarla, e basterammi farti sapere che mai ella non produsse figliuolo alcuno, il quale, toltosi dai suoi confini, habbi co’ vertuosi travagli glorificato il suo nome, ch’ella (quasi della gloria de’ suoi figli non fusse partecipe) non gli habbi questa ingratitudine mostra, che non più m’ha mostrato appreggiarlo, che appreggiasse i più vili che ha seco.”

 

La mia terra mi ha oltraggiato. Il potere mi ha umiliato. I maligni mi hanno fatto a pezzi.

Indifeso, gli ignobili sono apparsi nobili. Si sono cibati di me. Non hanno avuto timore alcuno di essere patetici depravati. Infimi persecutori. Ambigui prosseneti. Sempre in cerca di coperture e servigi che si scambiano con ricatto o per premio. Con la violenza o il miele delle alcove. Senza contrappesi. Con la sica nascosta negli ornamenti. Vermi! A difenderti non hai spada da sguainare. Né argomenti da bilanciare.

Scrissi che parole ai principi e lodi al loro disonore sono vuote ciabatte senza calli. Che si confonde vanagloria e tirannia e che per conoscere un papa, un re, un signore, un giudice o un condottiero famoso si guardi al contrassegno ove è il suo Dio. Si guardi all’ignoranza ch’egli ha sempre a lato. Poiché si rischia il culto della preghiera in unisono alla ignoranza. O si rischia che la conoscenza venga asservita ai torpori morali dei potenti.

 

“Viva dunque l’ignoranza, nè sia più chi spenda l’ore nella cognizione delle buone lettere, poichè per la liberale sciocchezza de’ prencipi i consumati ingegni sono in tal pregio, che non de i più purgati inchiostri, ma de i più disutili si tien conto. Ahi vituperj non pur dell’Italia, ma dell’universo insieme. Se ardore alcuno di mostrarvi magnanimi v’infiamma, dovevate malgrado dell’avara natura, naturarvici in ogni opportuna occorrenza, non solamente negli affronti fattivi dal vituperosissimo aggiuntatore.”

 

Aretino! Possa tu essere in eterno negli inferi donde sortisti! Figlio di demone oscuro. Anche se di tale fatta, vile e meschino, avesti il privilegio dominante della cultura. Pure, precursore del dono diplomatico, degli intrecci tra arte e interessi mercantili, tra sodalizi e tornaconti personali. Così, affinavi le tue vendette cortigiane. Usando il dileggio, il disprezzo, la calunnia. Bieco diffamatore presso ogni corte; con occhio allegro alla miseria e al vuoto che mi procuravano. Facendo di me “lepre cacciata dai cani”.

Quale arguzia, quale inganno, quale arte mistificatoria e supponenza malefica adoperasti per fingerti estraneo alle  tresche tra gli amici pavidi che ti temevano e i sicari che, contro di me, prezzolavi?

 

Aretin de la ciurma tua fidata,

che ti fa coda, e fu del concistoro

taccio per ora, che non è lavoro

da porlo in trame in questa cavalcata.

Basta che tutta in lista l’ho notata,

come dice il Petrarca, a lettre d’oro:

e però sia tu certo, s’io non moro

che di tutti non facci un’informata.”

 

I letterati e gli uomini di ingegno non si possono vincere con il piegarli ad essere questuanti!

Voi, miserabili, avete desertificato la natura trucidando le regole delle virtù. Le sole che permettono gli altari.

 

E tu, Venezia, adescavi e spoliavi le intelligenze delle patrie d’Italia devastate dalla povertà vera. E per il tuo prestigio, più le rendevi desolate e indegne. Nulla rifiutavi. Tutto assorbivi. La genialità e la furbizia. La virtù e il vizio. Per le maschere che esibivi nelle piazze a tua gloria.

Perderai la tua alterigia e, domata, sarai serva.

 

Del poeta sommo, Petrarca, si contendono le ossa, per l’onore di averne testimonianza e patria.

Sannio! Sannio! Curerai le spoglie del Malo? “dal mio inchiostro rimarrà vendicato il mio sangue”?

 

Dio! Mio Dio segreto! Intimo unico possessore della mia anima. Porta odore di mirra alle aride narici. Allevia il morso che mortificherà le mie viscere. Indicami l’oriente dei misteri. Bagnami nelle acque ombrate del Sebeto; a nuova fonte battesimale.

 

Vado al vallo. Il cappio si serrerà sul mio percorso terreno. Sulla preghiera. Sacra.

Sacra, senza l’ipocrisia dei paramenti che nasconde indulgenze prezzolate. La giustizia divina dona, non oltraggia. La giustizia divina guarda con commozione e compassione. La giustizia divina conosce le nefandezze degli uomini e l’innocenza dei poeti.

 

 

 pubblicato in data 18 luglio 2019 

 

 

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ultimo aggiornamento/pubblicazione il 18 luglio 2019